MANIFESTO ANTROPOLOGICO PER UN FUTURO SOSTENIBILE

MANIFESTO ANTROPOLOGICO
PER UN FUTURO SOSTENIBILE

Venerdì 15 marzo 2019, avrà luogo la mobilitazione globale contro l’immobilismo dei governi nell’affrontare la crisi climatica che stiamo vivendo. Alcune città italiane hanno aderito, tra queste anche Venezia, sede della nostra Università, Ca’ Foscari.

Tale iniziativa ci ha dato modo di formulare alcune riflessioni poiché, come studenti di Antropologia, ci sentiamo direttamente coinvolti: pensiamo che i nostri studi possano assumere un ruolo essenziale sul tema della sensibilizzazione ambientale.
È nata così l’idea di scrivere, accorpati nella voce unica Studenti di Antropologia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, un breve manifesto in cui abbiamo riassunto le ragioni che ci hanno portato ad aderire alla protesta.

  1. In quanto studenti, vediamo il nostro futuro messo in pericolo dall’inerzia della politica e delle classi dirigenti, le quali continuano a perseguire un modello di sviluppo palesemente insostenibile, poiché figlio di anni diversi le cui potenzialità e conoscenze ambientali e i cui paradigmi culturali erano ben lontani da quelli attuali.
    Ci chiediamo a cosa serva studiare, specializzarsi e proporsi se poi, nel concreto, l’etica viene spesso accantonata per ragioni economiche o diplomatiche. Questa mancanza di legittimità nel prendere parte al dibattito pubblico ci spinge a chiedere alle classi dirigenti attuali di aprirsi maggiormente ad un dialogo intergenerazionale e ad ascoltare le necessità di chi, questo futuro climaticamente incerto, sarà costretto a viverlo.
  2. Il problema ambientale ha forti ripercussioni sui cambiamenti sociali e culturali, i quali rappresentano il focus della nostra disciplina. L’antropologia offre strumenti per decostruire o, perlomeno, per riconsiderare i concetti che stanno alla base di questo problema, come il progresso, la crescita economica e lo sviluppo. Uscendo da un’ottica etno e antropocentrica, infatti, è facile osservare quanti effetti collaterali produca il nostro modello economico. Siamo davanti al fallimento dell’approccio utilitaristico alla Natura, considerata uno strumento di cui disporre illimitatamente, una risorsa monetizzabile e sfruttabile fino al suo completo deterioramento. L’essere umano deve prendere coscienza della sua compresenza nel mondo e del suo essere parte di un fragile equilibrio ecologico che è necessario preservare e valorizzare poiché indispensabile per la nostra sopravvivenza e di quella delle generazioni future. La retorica che pone l’uomo al di sopra delle dinamiche naturali non deve più essere alimentata ed è necessario comprendere l’irreversibilità del nostro impatto sul mondo in una prospettiva di cura e di salvaguardia di un contesto ambientale di cui non siamo padroni, ma semplici partecipanti.
  3. Riteniamo che la figura dell’antropologo possa recitare un ruolo di primissimo piano nella stesura delle indispensabili valutazioni di impatto ambientale, ma soprattutto sociale: misure importantissime da applicare ogniqualvolta ci sia l’intenzione di muoversi con trasparenza nella realizzazione di grandi e piccole opere. Senza ricorrere a questi accorgimenti si aumenta il rischio di non conseguire i fini auspicati oppure di realizzarli provocando ricadute negative su territorio e società. Prima di intervenire su un’area è quindi fondamentale verificare che ci siano tutti i presupposti per farlo (tra cui, ribadiamo, quelli ambientali e sociali), senza limitarsi esclusivamente ad un’analisi di profitto economico.
  4. Consideriamo importante, al fine di sviluppare un sistema più resiliente e sostenibile, analizzare i metodi di sussistenza e le economie locali prima di sostituirle in toto. Se è vero che ci possono essere dei casi di incongruenza tra le economie locali e il territorio, è altrettanto vero che sono spesso il prodotto di secoli di adattamento, dunque funzionali al rapporto bisogni/sostenibilità ambientale.
    Anche in quest’occasione, l’antropologia si inserisce con efficacia: con il suo contributo consentirebbe di vagliare gli interventi o le modifiche evitando di imporre coattivamente il nostro modello produttivo a paesi delicati dal punto di vista ambientale.
  5. Abbiamo già evidenziato come molte delle dinamiche sociali e culturali contrassegnanti il nostro presente siano una diretta conseguenza del riscaldamento globale. Pertanto è e sarà sempre più opportuno, al fine di redigere delle ricerche antropologiche oneste ed esaurienti, tenere conto degli scenari climatici ed ambientali che caratterizzano le aree analizzate. Di conseguenza, siamo e saremo lieti, quando necessario, di aprirci ad un dialogo con le altre discipline al fine di aumentare lo spessore delle nostre ricerche.
    Con questo non vogliamo asserire che la disciplina antropologica finora non abbia considerato il fattore ambiente nella raccolta dati e nella successiva elaborazione, ma desideriamo esclusivamente sottolineare quanto sia importante includerlo tra gli elementi da osservare quando si opera sul campo, specie per quanto riguarda lo studio dei movimenti migratori: i cosiddetti profughi ambientali sono una realtà concreta e in costante crescita e gli effetti del cambiamento climatico coinvolgono soprattutto le economie rurali di alcuni paesi del sud del mondo.

In sintesi, sosteniamo che la lotta al cambiamento climatico riguardi il diritto al futuro, continuamente messo in pericolo dalle politiche attuali. Questa lotta richiama il principio di giustizia intergenerazionale, poiché le attuali classi dirigenti sembrano sostenere ostinatamente il loro interesse a discapito delle generazioni future, e un principio di giustizia sociale poiché a subirne gli effetti sono principalmente le fasce meno abbienti e meno ascoltate. Il contrasto al cambiamento climatico richiede la ricerca di soluzioni nuove, inedite e innovative e per questo i giovani dovrebbero assumere un ruolo di primissimo piano. Soluzioni da attuare sia a livello globale sia hic et nunc, nonostante implichino fatica e determinazione, soprattutto nella prima fase di transizione tra un modello economico ed energetico ormai insostenibile e uno più rispettoso dei cicli ecologici. Richiede l’inversione di rotta attuabile solo grazie ad una riconsiderazione degli effettivi bisogni. Richiede una variazione di mentalità che, noi antropologi, possiamo e dobbiamo agevolare per mezzo dei nostri studi.

Venezia, 12 Marzo 2019

Tale manifesto è sottoscritto da:

Studenti di Antropologia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia
Pietro Lacasella
Mariangela Pizziolo
Serena Gesiot
Veronica Mazzucco
Pietro Mannari
Vittoria Pasini
Andrea Manzato
Giulia Rizzo
Chiara Tonon
Eleonora Pozzobon
Serena Buratto
Luca Dalla Vecchia
Deborah Nadal
Alessia Florimo
Eleonora Molea
Dante Ferronato
Celeste Naldoni
Leonardo Albano
Riccardo Pasin
Leonardo Stevanin
Lorenzo Preda
Chiara Gessa
Alessandro Menegazzo
Antonella Succurro
Sara Monaci
Andrea Coletti
Sara Bombardieri
Giorgia Gallo
Sara Ballarin
Laura Pintossi
Vanja Hidic
Caterina Zanatta Pivato
Giacomo Pezzanera
Carolina Buffoni
Emmanuele Pizziolo
Giulia Aiello
Sofia Pracucci
Selenia Di Bella
Ester Avolio
Andrea Pacini

Studenti di Antropologia dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna
Alice Checchia
Elisa Sossi
Francesca Brusa

Della rivista HomoLogos
Pierpaolo Chiti
Valentina Sbocchia
Tobia Fognani
Chiara Musu
Alessandra Innocenti
Giulia Giocondo
Alvise De Fraja
Nicola Renzi
Filippo Zoccola
Francesco Balzan
Nicolò Favotto
Carolina Pascali
Giorgia Cozza
Giunio Antonio Martino Volta
Chiara Tellarini

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